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Ultimamente Meta ha fatto ancora discutere, introducendo per gli utenti europei un abbonamento per l’utilizzo delle sue piattaforme. Con un malumore diffuso, in molti non hanno accettato di pagare, continuando, in cambio della gratuità, a mettere a disposizione i loro dati per gli inserzionisti

Così recitava l’8 novembre 2011 il social di Zuckerberg. Sembrerebbe proprio un post invecchiato male, dal momento che da 12 anni a questa parte sono cambiate molte cose. La più incisiva è che da tempo Meta è nel mirino dell’antitrust europeo, con continue cause perse e multe da milioni di dollari da pagare (l’ultima 1,2 miliardi) per la violazione delle normative sulla protezione dei dati degli utenti.

Il recente lancio dei servizi a pagamento sarebbe legato soprattutto al verdetto della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che lo scorso dicembre ha decretato che i dati degli utenti, gestiti dalla piattaforma per targettizzate i post degli inserzionisti, possono essere utilizzati solo previo consenso degli utenti stessi. E così Meta, che ha sempre vissuto di pubblicità, ha deciso di introdurre un abbonamento mensile.

In poche parole, è possibile “tutelare” la propria privacy ed evitare la pubblicità (tenendo temporaneamente buona la commissione europea) al costo di 9,99 euro da web e 12,99 euro da mobile. Un prezzo davvero poco conveniente ma probabilmente strategico, finalizzato a “scoraggiare” le persone dal pagare questa quota.

Del resto, il bene più prezioso di Meta, dopo i dati degli utenti raccolti in tutti questi anni, sono gli inserzionisti (l’advertising costituisce il 98% dei suoi ricavi) che ogni giorno pagano le piattaforme per portare i loro prodotti esattamente a chi li vorrebbe acquistare. Sappiamo che Facebook Ads è tra gli strumenti pubblicitari più potenti e utilizzati, che ogni giorno mette in contatto le aziende con circa un miliardo di potenziali clienti. Immaginate se una parte di questi, gli utenti del vecchio continente, fossero disposti ad abbonarsi per evitare l’utilizzo dei propri dati. Ebbene, questo non avverrà mai.

Prima di tutto, non dobbiamo stupirci che la tendenza di molti social oggi sia quella di proporre un abbonamento e non sarebbe neanche corretto generalizzare. Quanti di noi sono disposti a pagare oltre 10 euro al mese su una piattaforma come Spotify, per esempio, per non dover ascoltare le playlist preferite continuamente interrotte dagli annunci pubblicitari? In tanti, gli stessi che invece non pagherebbero mai su social come Instagram e Facebook, dove la pubblicità fa parte dell’entertainment e dove spesso è difficile distinguere una sponsorizzata da un content creator. Perché sullo schermo, nel bene e nel male, ci appare quasi sempre ciò che vogliamo vedere, dunque il “fastidio”, o il confine tra chi vende e chi intrattiene, è molto sottile.

Poi dobbiamo pensare che i social non sono mai stati gratis. I dati che nel corso degli anni abbiamo messo a disposizione ci rap- presentano, sono la nostra vita, i nostri interessi, la nostra emotività. In poche parole la nostra privacy. Questi vengono utilizzati tutti i giorni dagli inserzionisti per le sponsorizzate che, nel tempo, hanno reso Meta un colosso, facendola diventare una big data. Pensare che finora i suoi social siano stati utilizzati senza pagare equivale a dare poco valore alla nostra persona. Quelle stesse informazioni che abbiamo regalato ci tornano indietro sotto forma di pubblicità o contenuti di “nostro interesse”, e ci tengono incollati allo smartphone più del necessario, sottraendo tempo alla nostra vita.

I 12,99 euro al mese da mobile non sono nulla in confronto, e non serve sottoscrivere un abbonamento che modificherebbe davvero di poco la nostra, ormai, consolidata dipendenza social.

Cristina Turini