In questo articolo si parla di:
vittoria bussi record dell'ora

I 50,267 km del record dell’ora registrato lo scorso 13 ottobre sono solo una parte della storia di Vittoria Bussi. Quando è scesa dalla sua bici, dopo 60 minuti che le saranno sembrati interminabili, la pistard romana non ha raggiunto solo un obiettivo numerico, per quanto storico e iconico, ma ha coronato un intero percorso di studi, innovazioni e ricerca. Che le ha permesso di sentirsi protagonista di un viaggio unico, libero e fuori dagli schemi. In quest’intervista ne abbiamo rivisto le tappe, soffermandoci anche sull’importanza di essere un’atleta pensante e non un semplice ingranaggio di una macchina più grande.

L’intervista
Vittoria Bussi, detentrice record dell’ora

Quando è nata l’idea di Road2Record, il nome del tuo progetto per stabilire il nuovo primato?
Tutto è partito a settembre 2021, quando è stato battuto il mio precedente record. Quel giorno ho ricevuto tanti messaggi di persone dispiaciute, mentre io mi sono chiesta perché mi scrivessero come se fosse un funerale. Ho pensato che potesse essere un’opportunità per migliorarmi.

Come sei entrata in contato con Hope, che ti ha fornito la bici per il record?
Bisogna dire innanzitutto che per il primo record avevo una Giant da crono adattata per la pista e che, anche se la preparazione atletica mi avrebbe sicuramente portato a dei miglioramenti, era essenziale avere delle nuove tecnologie. Matteo Cassina di Rouleur mi ha invitato a Londra per Rouleur Live per presentare il mio progetto a diversi brand, cercando di far capire alle aziende che non mi interessava semplicemente richiedere il loro sostegno, ma anche di portare avanti un percorso di innovazione insieme e uno sviluppo della bici. Questa è l’essenza più profonda del mio progetto: mi piaceva l’idea di combinare l’atleta e la matematica e di creare una mia squadra. Quando ho approcciato Hope, parlando con il designer Sam Pendred, lui mi ha detto che aveva la pelle d’oca. Da lì è nata una collaborazione molto interessante, anche perché loro stavano lavorando a un nuovo manubrio con Simon Smart, che era stata una delle prime persone a credere in me quando ho fatto il primo Record dell’Ora. L’ho percepito come un segno del destino. Durante Rouleur Live, inoltre, sono entrata in contatto con Wahoo, e ho potuto utilizzare uno dei loro rulli su cui ho potuto mettere la mia bici da pista per intero. Un aspetto fondamentale per me, visto che non avevo sempre un velodromo a disposizione per allenarmi.

Rispetto al tuo precedente record dell’ora, quali sono stati i miglioramenti sostanziali a livello di materiali? E quali sono gli aspetti più interessanti della bici?
La Hope HB.T è innanzitutto una bici molto più rigida di quella che ho usato la prima volta, con la spinta trasferita nel modo più diretto possibile. Rispetto ad altri telai, quello che più risalta è sicuramente la forcella, molto più ampia del solito, pensata per tenere gli steli allineati alle gambe di chi pedala. Idealmente dovrebbe dare un maggiore vantaggio aerodinamico, che personalmente ho riscontrato. C’è una gran discussione sulle zone di turbolenza dietro la forcella, con idee diverse a seconda dei produttori, e nel mio caso questo disegno funzionava. La bici mi ha permesso di avere la posizione più congeniale. Il manubrio non è stato fatto su misura, ma è semplicemente molto regolabile, aspetto fondamentale per poterlo adattare nel corso del tempo.

Credits Tania Marquez

Quali princìpi avete seguito con la tua squadra durante la preparazione?
La principale innovazione è stata quella di liberarci dalla frase “si è sempre fatto così”. Ho chiesto a tutte le persone che hanno collaborato con me di ripartire da zero, come se non sapessero nulla di quello che era stato fatto fino a quel momento e di considerare me come il punto di partenza. Abbiamo ritestato tutto, dalle pedivelle ai rapporti, passando per uno stravolgimento della posizione in sella. Siamo andati controtendenza nella scelta dei materiali, negli allenamenti in palestra e soprattutto in bicicletta, perché secondo me a certi livelli il record dell’ora necessita di una preparazione specifica. Tutto ha ruotato attorno al caso-studio Vittoria.

Avete seguito un approccio scientifico al ciclismo che non è così scontato, e che in Italia non è sempre così facilmente accettato, perché magari si preferiscono ancora metodi più “tradizionali”. Hai anche tu questa percezione? Ti ha influito nelle scelte che hai fatto?
Molto, tant’è che sono andata via dall’Italia ogni volta che ho dovuto fare delle grandi cose nella mia vita. La prima in Inghilterra per la ricerca di matematica a Oxford, la seconda per questo record dell’ora. Non solo la maggior parte degli sponsor tecnici sono stranieri, ma ho dovuto spostarmi in velodromi esteri anche per gli allenamenti. In Italia, una mente che guarda all’innovazione, al progresso e alla ricerca è spesso considerata fuori dal sistema o scomoda.

Ti sei data una spiegazione del fatto che la Federazione Ciclistica Italiana non abbia in nessun modo dato un supporto al tuo progetto?
Mi dispiace che la Federazione non abbia creduto in questo progetto, perché la mancanza di un velodromo mi ha creato diversi problemi dal punto di vista logistico, organizzativo ed economico. Credo che sarebbe bastato poco per avere regolarmente due ore a settimana in pista per gli allenamenti.

Dove ti sei allenata?
Nel velodromo di Maiorca durante l’inverno, per cui ringrazio Joan Llaneras, e poi ad Aigle (Svizzera), nel centro UCI dove sono stati pronti a soddisfare ogni necessità sotto tutti i punti di vista.

Quante volte si prova un record dell’ora durante il percorso di preparazione?
Il più possibile, finché il corpo regge. Devi sapere quello che ti aspetta.

Il tuo record dell’ora è stato realizzato ad Aguascalientes, in Messico, che si trova a 1.888 m.s.l.m. Hai più volte sottolineato che, contrariamente a quanto siamo abituati a pensare, l’altitudine non rende automaticamente più semplice questo tipo di sforzo.
L’aria è sicuramente meno densa, quindi in altura a parità di potenza vai più veloce. Ma il corpo riesce a immagazzinare meno ossigeno, con una perdita di circa il 10%. Nel corso dei test effettuati in Messico, inoltre, il coefficiente aerodinamico (cioè il numero che indica l’ingombro del mio corpo) era sempre più alto del solito, perché dipende dal numero di Reynolds: detto in parole povere, se la densità dell’aria è più bassa, il corpo sarà più ingombrante. È risaputo anche in Formula 1, per esempio. Alla fine, facendo i conti, tentare il record in Messico rappresentava un vantaggio per me, ma il discorso è più complesso di quanto si possa pensare. Nei velodromi vicino al mare, l’umidità, la pressione e la temperatura sono molto variabili. E se in un determinato giorno le condizioni non sono ottimali, le prestazioni potrebbero risentirne, come successe a Bradley Wiggins nel 2015. Per questi motivi, volevo un velodromo in un luogo che avesse condizioni stabili, come quelle che si possono trovare in un deserto. E Aguascalientes rientra in questa categoria. Ma sono dettagli che non si conoscono. Nessuno sa, inoltre, che pochi giorni prima della data prefissata nella zona di Aguascalientes è passato un uragano che mi ha costretto a posticipare il mio tentativo. Avevo comunque prenotato il velodromo e la presenza dei commissari anche per i giorni successivi, e in posti come Aguascalientes le condizioni si ristabilizzano nel giro di 24 ore.

Leggo dal tuo sito: “il talento non basta, ma serve dedizione e sacrificio”. Cos’è il talento per te? Solo avere un motore naturale di alto livello o è anche riuscire ad avere un innato senso del sacrificio e della dedizione?
È una domanda che mi faccio anch’io, ma non mi so dare una risposta. Penso di dover ancora trovare il mio talento nella vita, o quali cose riesco a fare con facilità e naturalezza. Comincio a pensare che forse sia proprio nella determinazione con cui voglio raggiungere i miei obiettivi. Perché non è detto che sia un talento che abbiano tutti, anzi. Più volte mi sono convinta che per me non esiste un altro modo per vivere, se non quella di imboccare una strada e arrivare fino in fondo.

Credits Edoardo Frezet

È sempre curioso immaginare a cosa si pensa durante il tentativo del record dell’ora. Può capitare di avere paura di non farcela?
È il pensiero più ricorrente. È la più grande palla al piede, perché mi accompagna perennemente quasi fino alla fine. Nel caso del record, dopo il 50esimo minuto ho cominciato a essere più tranquilla vedendo i tempi. È normale che ci sia del timore in ogni caso. Il mio allenatore mi diceva: “Ma è possibile che, pur avendo milioni di dati e di certezze, basti una sola giornata no per rovinare tutto?”. È un mio aspetto caratteriale: nelle difficoltà tendo a dimenticarmi di quello che è stato fatto fino a quel momento. Non nego che i giorni prima del Record sono stati complicati.

Di recente hai detto che ci sono tanti messaggi importanti da trasmettere con il tuo record, oltre a quello molto importante di essere “la prima donna che ha abbattuto la barriera dei 50 km”. Cosa vuoi comunicare con questo risultato?

Innanzitutto di non avere paura delle proprie idee, della propria unicità e della propria diversità. Perché spesso tutto questo ti fa sembrare fuori dal sistema o inadeguato, come se avesse un’accezione negativa. Hai un sogno? Inseguilo con le tue idee, non con quelle degli altri. Del resto, ciò che rimane nella vita non è solo il risultato, ma anche il percorso per arrivare a un determinato traguardo. Oltre alla performance del record dell’ora, c’è stata un’intera parabola di crescita personale che ha formato me e tutte le persone che mi hanno sostenuto. Abbiamo osato, abbiamo tirato fuori il coraggio per uscire fuori dagli schemi.

Sulla pagina di GoFundMe della tua raccolta fondi, aperta all’inizio del 2023 per permettere ai privati di sostenerti, si legge: “Mi batto per promuovere un cambiamento culturale affinché la sicurezza sulle strade non sia più una speranza ma una realtà”. Come mai hai voluto inserire questo messaggio all’interno del tuo manifesto?
Ho sempre pensato che la sicurezza fosse una priorità. Ha senso fare una cosa che mi piace rischiando la vita? Uscire in bicicletta significa accettare dei rischi in maniera consapevole. Ma se questi rischi sono esagerati, si arriva a chiedersi se ne vale la pena. E non è giusto che qualcosa di naturale, come l’andare in bici, sia contaminato dall’ignoranza. Servirebbe maggiore educazione civica a partire dalle scuole.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi legati al ciclismo?
Stiamo ragionando con il team quali potrebbero essere i prossimi passi. Mi dedicherei sia alla pista sia alla strada, ma solo per le cronometro, che purtroppo sono veramente pochissime. Un’eventuale selezione per gli Europei o i Mondiali avviene solo durante il campionato italiano, che spesso ha percorsi particolari. Organizzare dei trial, come succede all’estero, sarebbe molto prezioso. In pista, invece, l’obiettivo è sicuramente l’inseguimento individuale, che mi è sempre piaciuto. C’è poi la mia attività da matematica, per la quale ho ricevuto delle proposte da alcune aziende. Cercare di combinare le due cose sarebbe anche un bel messaggio per le generazioni più giovani.


La bici del record

La HB.T nasce dalla collaborazione tra Hope e Lotus, che ha dato vita a una bici dal design senz’altro particolare. Tutto è stato ottimizzato in funzione dell’aerodinamica e della velocità. I tratti distintivi sono la forcella e i foderi posteriori, molto ampi per allinearli alle gambe del ciclista e creare così meno turbolenze possibili. Hope ha fornito anche le due ruote lenticolari in fibra di carbonio che, come tutta la bici, sono state perfezionate per il record insieme a Vittoria. La trasmissione è a marchio Digirit, azienda taiwanese, su cui c’è riserbo sui rapporti utilizzati durante il tentativo del record. La sella è fornita da Fizik, mentre i pedali da Wahoo. Gli pneumatici? Ovviamente da Vittoria, con i tubolari Pista Oro da 23 mm.

vittoria bussi record dell'ora

Credits Edoardo Frezet